Apocalittici e Integrati è un saggio pubblicato da Umberto Eco nel 1964. La televisione si era appena affacciata nei salotti degli italiani, eppure faceva già discutere intellettuali e decisori dell’epoca: opportunità di informazione e di intrattenimento per tutti o pericoloso veicolo di stereotipi e di modelli di pensiero dominanti?

Chissà se gli scenari futuri dell’intelligenza artificiale avrebbero incuriosito il semiologo italiano al punto da indurlo alla scrittura di un saggio dedicato all’AI. Di sicuro c’è che anche oggi è in atto uno scontro fra visioni contrapposte: gli apocalittici, che sottolineano i rischi dell’automazione spinta, e gli integrati, che vedono nell’AI un’occasione per sostenere gli esseri umani nella specializzazione delle loro attività.

Intelligenza artificiale e Internet of Things: il cervello degli oggetti

Nel Mago di Oz, lo spaventapasseri si mette in viaggio con la piccola Dorothy nella speranza che un incantesimo possa donargli quel cervello che non ha mai avuto. I dispositivi connessi oggi alla Rete possono prendere decisioni e interagire con persone e ambiente circostante senza affidarsi alla magia ma grazie a Big Data e algoritmi di machine learning.

Pian piano ci stiamo circondando di dispositivi affamati di dati che grazie alla Rete divengono, in tempi più celeri del passato, la conoscenza connettiva e condivisa di tutte le nostre estensioni tecnologiche. Ma i dati da soli non bastano. Sarebbe come ritenere un essere umano intelligente solo per aver imparato a memoria un intero dizionario o un’enciclopedia.

È solo grazie all’apprendimento profondo di una grande quantità di dati che le macchine potranno prendere decisioni in sistemi aperti non prevedibili e offrire alle persone un elevato livello di personalizzazione dei servizi.

Le automobili a guida autonoma fanno tesoro di una mole impressionante di dati per poter circolare accanto agli automobilisti e fra i pedoni in qualunque condizione di traffico. In un sistema così aperto e imprevedibile, i risvolti etici di alcune decisioni prese autonomamente dall’AI costituiscono le maggiori resistenze: chi deve salvare l’automobile fra il passeggero e il pedone distratto che attraversa la strada?

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Lo sprint della domotica trasformerà la nostra esperienza casalinga. Supereremo il controllo a distanza, la programmazione dell’accensione e dello spegnimento di condizionatori, porte e finestre. Gli elettrodomestici di nuova generazione dispongono già di schede wireless con cui immagazzinare dati, apprendere pattern ricorrenti di utilizzo, replicare e ottimizzare le abitudini delle persone. 

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Intelligenza artificiale e linguaggio: l’interazione semi-cosciente

Il linguaggio è la facoltà più specializzata dell’essere umano. La capacità del cervello di astrarre la realtà in parole, distribuirle secondo regole di composizione e combinarle in base a sfumature di significato è ciò che ci differenzia dal resto del mondo animale. E dalle macchine.

Dalle formulazioni di Alan Turing al chatterbot Eliza, sino ai moderni chatbot e assistenti vocali, i ricercatori hanno sperimentato diverse strade per far parlare le macchine e renderle in qualche modo coscienti e consapevoli.

Il machine learning ha soppiantato le prime rudimentali tecniche di trasmissione del linguaggio alle macchine. I chatbot stanno uscendo dai modelli di interazione chiusi e prevedibili per lanciarsi in conversazioni dal sapore più umano. Più le macchine riusciranno a emanciparsi da database di risposte prefigurate, più chatbot e assistenti vocali si confonderanno fra le persone in maniera naturale.

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Intelligenza artificiale e lavoro: automazione e specializzazione

Il più grande timore legato all’intelligenza artificiale è il possibile taglio delle risorse umane impiegate nelle più disparate attività lavorative. Si tratta di un refrain già noto, tipico di ogni rivoluzione dei sistemi di produzione. Eppure una rilettura attenta della storia evidenzia come il passaggio a metodi sempre più automatizzati migliora progressivamente le condizioni di lavoro delle persone e, soprattutto, induce la loro specializzazione.

Qualunque artefatto – meccanico, informatico, tecnologico – sarà imbattibile nell’esecuzione rapida e precisa di un task complesso. Se alla forza – di un robot – e alla velocità di calcolo – di un elaboratore – si aggiunge la capacità di prendere decisioni basate sull’esperienza e sull’apprendimento intelligente, è logico pensare che soprattutto i lavori non specializzati sono destinati a scomparire.

Astrazione e sentimento resteranno ancora a lungo, forse per sempre, ad appannaggio dell’essere umano. Per ora le macchine in grado di disattendere volontariamente i propri compiti – come HAL in 2001: Odissea nello spazio – o provare emozioni – come in Blade Runner – restano confinate a fantascienza e distopie cinematografiche.

Per non estinguersi, i lavoratori del presente e dell’immediato futuro devono specializzarsi e imparare a maneggiare i dati e le risorse messe a disposizione dalle macchine, oggi più che mai in grado di svolgere in maniera articolata e strutturata quel “lavoro sporco” necessario a far distinguere il tocco umano: ragionato, strategico, creativo.